Voce del verbo dimenticare
C’è uno che conosco che non fa altro che dimenticare. Dice che scorda tutto e che, alla fine, gli sta bene la continua dimenticanza.
Solo che una volta gli è stato chiesto di ricordarsi chi era, lui non ci è riuscito ed è ancora lì che cerca una risposta alla domanda.
Biglietto di ingresso
Paga il biglietto d’ingresso. Prende in mano il pezzetto di carta e prima che la maschera strappi il tagliando, lo stropiccia quasi staccandolo. Ha letto e riletto il fumetto molte volte: sa della disperazione, della solitudine, sa molte cose. Ha compreso l’antimateria. L’ha veduta nella polvere della sua miseria. Era controluce i giorni di primavera, l’ha intuita nelle righe del sole d’estate quando scolora il giorno nella sera ed è lì che si è sentito solo. Ma non c’è stata paura. Solo un pensiero.
Si siede e le immagini corrono: dio quanta bellezza, anche voi, allora avete lacrime. E’ emozionato. Così tanto che non lo sopporta. Accarezza la canna nascosta nello zainetto. E si calma. Non si può reggere così tanta bellezza senza lacerarsi il petto. Non ci deve pensare alla commiserazione, non è per quello che lo farà. Altrimenti basterebbe alzarsi, urlare qualcosa a caso e farlo davanti agli occhi di tutti. Vuole invece che il silenzio lo accolga.
Riprende il controllo e mentre Gufo Notturno piange l’amico con gli occhi impazziti dal dolore, preme il grilletto e tutto si spegne. Soffoca un sospiro. Solo un leggero tonfo. Il corpo è abbandonato. Nessuno se ne accorge.
(racconto ispirato da questo fatto di cronaca)
