Il giorno che Antonio si vide riflesso

Di Daniela Losini | martedì 13 dicembre 2011 alle 20:19

Antonio non è un tipo facile al lamento. Gli chiedi una cosa e la fa e se non può ti dice di no e morta lì.

Gli avevano insegnato che nella vita si lavora duro e allora lui ha sempre fatto quello che doveva essere fatto. Poi un giorno la fabbrica dove aveva vissuto per quasi venti anni era diventata di qualcun altro. Poi di nessuno.

C’erano stati i due anni di cassa integrazione che poi erano i soldi che già gli avevano tolto dalla busta paga per quasi venti anni. Lo faceva un po’ sorridere questa cosa qui che in fondo, era come se si stesse pagando da solo, che quei soldi lì che eran suoi avevano fatto un giro stranissimo per poi ritornare all’origine.

Si era arrangiato e non aveva nemmeno smesso di fumare per risparmiare sulle sigarette solo aveva imparato a comprarsi il tabacco e a farsele lui.

Si era dato da fare per rendersi indispensabile come tuttofare: un colpo a quell’impianto elettrico, venti euro, Antonio mi sistemeresti la tapparella? Quindici euro e una fetta di torta salata.

Poi un giorno Antonio si è visto riflesso nella vetrina di un negozio: c’era un accrocchio trapano e attrezzi che poteva essere utile da comprare per fare un piccolo investimento ma insomma c’era da ragionarci, bisognava anche vedere se la domanda di pensione veniva accettata.

Antonio si è visto riflesso e gli è venuto il magone: ostia, sono vecchio si è detto. E gli è venuto da piangere.

L’uomo che smise di vedere il sole

Di Daniela Losini | lunedì 8 agosto 2011 alle 10:47

Un giorno Osvaldo girò le spalle al sole e cominciò a fissare il muro. Era uno pieno di amici, il telefono squillava. “Osvaldo cosa fai? Esci, ti aspettiamo al bar” e Osvaldo rispondeva “Non posso uscire, c’è il sole”. Poi c’era questa cosa che gli amici più ostinati lo chiamavano di notte e lui diceva “Eh ma adesso è tardi non esco, magari domani.”

Gli facevano anche delle domande più complicate “Osvaldo non è che sei depresso? Non è che stai male? Hai bisogno di aiuto?” e lui rispondeva diligente “Non lo so / Ci sono dei giorni che sì / Adesso no”.

A un certo momento un paio di amici particolarmente testardi gli bussarono alla porta verso sera ma lui non aprì. Tornarono la sera dopo che era proprio buio e Osvaldo li fece entrare.

Gli dissero che così non poteva andare avanti, che doveva tornare alla luce del sole e lui disse che no, non era nei suoi programmi. Gli amici si guardarono. Gli dissero che sarebbero tornati tutti i giorni e che gli avrebbero portato ogni cosa della quale avesse avuto bisogno. Osvaldo disse che si poteva fare.

Andarono avanti così per molto tempo: il sole continuava a sorgere e Osvaldo continuava a ignorarlo.

Poi successe un giorno che fu notte sempre. Questa cosa lo fece pensare e riflettere moltissimo tanto che l’indomani rialzò la tapparella e si rese conto di essere stato triste per troppo tempo.

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Manca poco a Natale

Di Daniela Losini | giovedì 23 dicembre 2010 alle 15:30

Era diventato quasi cieco. Ci vedeva solo da un angolo dell’occhio destro. Abbastanza per potersi orientare nei momenti di bisogno, troppo poco per essere totalmente indipendente. È in ospedale da quattro giorni. Non sono passati mai. Due palle così. Il senso del tempo cambia quando sei vecchio. Non avrete idea che sia la stessa quantità di tempo per tutti, eh? Ma vabbe’ la moglie non molla, ha il dispiacere, dice Fatti fare i controlli, sei malato loro sanno cosa fare. Sì, ma due palle così.

Manca poco a Natale, pensa, mentre una voluta di fumo della sigaretta si alza nell’aria pungente della sera. Come hai detto? Le sigarette fanno male? Non è più un problema.

Ha il corpo intorpidito, i pensieri sono veloci ma il corpo è già qualche tempo che ha deciso di fare di testa sua. Pensa di aver spento la sigaretta (certo che non si fuma in ospedale ma se ti prendi una stanza privata la prima cosa che fai è farti gli affaracci tuoi, al massimo ti rompe le balle il primario e morta lì. Dici che le sigarette fanno male? Non è più un problema te l’ho detto prima) e invece non l’ha ancora buttata dalla finestra.

Manca poco a Natale, pensa. Lancia il mozzicone con uno schiocco leggero delle dita mentre gli schioccano anche tutte le ossa. Farà freddo? Chi lo sa. Ha fatto la chemio ieri e la febbre non gli lascia percepire la temperatura esatta.

Vorrebbe scrivere un biglietto, scriverci quella cosa che son quattro giorni che gli ronza in testa. Sbuffa e poi con un salto delicato, entra nel vuoto.

Tanto non vedo un cazzo, va bene così. Sono pronto, ho le ossa fragili, che ci vuole? Vorrei dirvi una cosa: la sapete ma ve la dico. Mi sono rotto i coglioni. Non siate melodrammatici e nemmeno ridete sguaiati. Adesso ho toccato terra, ho sentito una specie di botto ma è durato poco. Adesso vi devo salutare. Manca poco a Natale. State bene.

PSlA 2010

La carogna della malinconia

Di Daniela Losini | lunedì 20 settembre 2010 alle 11:10

Prese le foto nella scatola. La scatola poteva rimanere abbandonata e dimenticata anche per mesi interi. Mesi nei quali la vita scorreva veloce e piena delle cose da fare, da ricordare. La lista della spesa da scrivere. Le cose da comprare. Sempre poche. Sempre essenziali.

Ti incammini verso la saggezza che ogni tanto sì, ti assiste, mentre corri verso la fine della tua vita – 77 anni portati bene certo, che signora, che cipiglio ma sono sempre 77 anni, bellezza. Credi che mi  stia avviando a fare una gitarella di piacere? Mi sto preparando ai vermi, sciocca. È per quello che rallento il passo. Lì dovrò arrivare, perché correre? Camminare a piccoli passi svelti va bene. Ma diamine correre, no.

Lina aveva la scatola nelle mani e una musica nelle orecchie. Lui era morto da cinque anni. Un grande e litigioso e  profondo amore. Avevano litigato anche all’ospedale poco prima che spirasse. Poi lui era morto di notte con lei vicino nel letto ed era stato strano.

Lo aveva pianto disperatamente ma con compostezza, non era mai stata molto propensa alla condivisione dei drammi personali e aveva deciso di mettersi a viaggiare. Lontano, lontano. Via. Per gli amici c’erano le cartoline, le lettere, perfino internet. Bello l’internet quante cose, un mondo dentro.

Si era messa a viaggiare e aveva ritrovato pezzi di mondo che aveva visto con lui, ma tornarci da sola aveva avuto un gusto del tutto inaspettato. Lui non c’era più ma ogni cosa che viveva era come se la condividesse con la sua presenza. C’erano stati anche dei corteggiatori.  Aveva conosciuto persone che l’avevano fatto ridere ancora, aveva diviso pranzi e cene e si era sentita addirittura felice qualche volta. Chi lo avrebbe detto.

Non è sicura che sia una grande idea mettersi  a vedere le foto di una vita mentre la carogna della malinconia è appollaiata perfida sulla schiena e le sta attaccata alle vertebre come un parassita alieno.

Non sa nemmeno se sia un bene prendere il proprio cuore e aprirlo. Farlo sanguinare senza ritegno sul tavolo della cucina, lasciando che sia bersaglio dei ricordi che ti travolgono come un vento pieno di lame di ghiaccio.

Ma lo fa: lo toglie dal petto e lo mette accanto alle foto. Mentre le riguarda, sente freddo per qualche minuto. Poi sospira e le riguarda. Tutte.

Una vita senza affanni (storia sociopatica)

Di Daniela Losini | lunedì 18 gennaio 2010 alle 11:25

Sono uscito di casa questa mattina  dopo aver compiuto i gesti che eseguo ogni giorno della mia vita. La sera prima di addormentarmi  scorro mentalmente gli abiti che custodisco divisi per colore dentro all’armadio e compongo l’abbigliamento che indosserò il giorno dopo.

Quando mi sveglio, traggo due respiri profondi e mi alzo, infilo le pantofole che sono poste  davanti alla parte sinistra del letto (la parte dalla quale scendo) poi mi dirigo verso l’armoire come in trance e prendo gli abiti ai quali ho pensato la sera prima.

Li poggio su una poltrona che ho nella camera e mi occupo della mia igiene personale. Mi vesto. Mi preparo e bevo un caffè. Esco come sempre per andare a prendere la metropolitana. A fare un viaggio da carro bestiame. Ho provato ad alzarmi ad orari diversi ma il minor numero di persone che sono riuscito a contare è stato quindici per vagone. Sono sempre comunque troppi individui.

Ho calcolato che non sarà quasi mai possibile fare un viaggio da solo. Potrei usare la macchina dite voi, ma per usare la macchina bisogna saper guidare e per saper guidare è necessario superare un esame. Fare un esame significa parlare con qualcuno. Non è una cosa che mi piace. Sopperisco l’inutile ginnastica labiale con quella mentale. Il mio mondo interiore è assai ricco, sfaccettato e vi posso assicurare che non mi annoio mai.

Ma questa mattina, brumosa, grigia e che annuncia un inverno straordinariamente cinereo anche perché siamo a Milano (gli inverni in Norvegia ad esempio sono molto diversi, sono bianchi e quelli in Africa sono beige) mi sono sentito strano.

Di solito mi sveglio con la giusta dose di rabbia verso il mondo che mi fa borbottare gli ingranaggi e mi fa muovere. La rabbia è il mio motore.

Oggi, invece,  mi sono svegliato con un dito nello stomaco. Come se qualcuno da fuori mi avesse messo qualcosa sull’addome e avesse picchiato con un martello invisibile per poter inserire questo corpo estraneo nel mio petto.

Non gli ho dato peso fino a poco fa ma ora, che sono in piedi nel vagone della metro grazie a un perfetto incastro con gli altri esseri intorno a me, non riesco a ignorarlo. Il dito schiaccia e io, sono sudato.

Sudare, io non sudo mai. Sudare mi fa perdere la concentrazione. Dovete sapere che nella mia vita mi occupo di tutto quello che succede agli altri ma non mi occupo per nulla di me stesso. Non che non abbia amor proprio. È proprio perché amo solo e profondamente me stesso che conoscere gli altri mi permette di valutare in un secondo le variabili e le prevedibili del comportamento dei miei simili e di evitare qualunque tipo di contatto, oltre quello occasionalmente visivo e fisico. Io so cosa voglio ma soprattutto cosa non voglio dagli altri e mi guardo bene dal far capitare incidenti a me sgraditi. Per questo devo, in uno sbatter di ciglia, fotografare chi mi sta intorno e comunicare immediatamente con il linguaggio del corpo il mio disprezzo immediato.

Di solito è come se questi primati per istinto capissero che non è il caso di chiedermi niente, come se sapessero che io altro non desidero che di essere rimosso. Ma oggi sto sudando e questo spiacevole, maledetto contrattempo mi sta obbligando a concentrarmi ulteriormente per evitare che la cosa diventi impossibile da gestire e qualcuno, per disgrazia sua si azzardi a domandarmi qualcosa che in ogni modo ignorerò.

C’è una donna orribile che mi sta guardando ostinata, nonostante i miei chiari messaggi scoraggianti, con un’espressione che definirei apprensiva. Dio, come minimo ha filiato un paio di mostriciattoli. Ha i capelli appiccicati sulla testa in grumi che sembrano sanguisughe nere e umidicce.

Forse spera di trovare conforto alla sua macerazione confrontandola con la mia. Non mi molla un secondo sperando in una crepa nel mio velo d’invisibile isolamento ma riesco a diventare strabico e quindi a renderle impossibile l’incrocio col mio sguardo.

Continuo pervicacemente a restare attaccato a me stesso e a rimanere ritto sui miei piedi. Non cedo.

E faccio bene perché piano piano il sudore incontrollato rientra e il mio corpo si riassesta.

Non senza conseguenze: sono un uomo distrutto e sono uscito da casa da soli venti minuti. Sono stanco come se avessi corso per centinaia di metri inseguito da un’orda impazzita di giornalisti che vuole avere notizie sulla mia vita.

Con gli occhi colgo il nome della mia fermata. Nemmeno me ne sono accorto. Anche questa mattina ce l’ho fatta.

Mentre scendo, noto con la coda dell’occhio la femmina coi capelli a ricci di mare che cerca ancora sostegno con lo sguardo per il viaggio allucinante.

Siccome è maldestra inciampa mentre si avvia per scendere.  Ha puntato me. Pareva essersi data pace ma ligia fino in fondo alla sua natura deve finire con me questo tragitto.

Inciampando, mi sfiora. La ignoro. Ma si vuole scusare a tutti i costi. Vuole parlare. Vorrei bestemmiare, io.

Dice: “Mi scusi” con una voce imbarazzata e stridula.

La contemplo disgustato. I suoi occhi sono quelli che potrebbe avere un animale in procinto di essere sgozzato, i suoi occhi m’implorano. È una donna orripilante, brutta, triste e grossa. E’ sgraziata e si porta dietro un odore di muffa stantia che ucciderebbe qualunque microbo. Un odore che assassinerebbe chiunque. È una donna goffa, forse inutile con due figli stupidi e un marito sicuramente imbecille che pensa cose peggiori di me quando la vede. È una donna straordinariamente invadente ma le rispondo:

“Su. Non si preoccupi. È stato un viaggio difficile.”

E m’involo, cambiando strada.

Toccalo tu, il pungitopo (PslA 2009)

Di Daniela Losini | mercoledì 16 dicembre 2009 alle 11:18

Sì, pensavo, sì.
Lo faccio, lo scrivo. Prima lo penso poi lo scrivo.
C’è tempo. C’è tempo.
Il tempo vola. Ma il tempo se vuoi lo accorci o lo allunghi. Penso le cose da scrivere prima e poi lo scrivo, quel post. Scrivo un racconto. Vorrei prima pensarlo e poi scrivendolo, riuscire a far sì che la giusta sfumatura emotiva emerga dalle righe. Mentre lo si legge quel post sotto l’albero, vorrei raccontasse dei colori delle bacche del pungitopo, della loro perfezione e delle spine sulle foglie. Voglio che pensi: bello il pungitopo ma toccalo dalla parte sbagliata il pungitopo, e poi mi dici.

Prima di scrivere devo rimuginare un racconto che si racconti così: urticante ma con gentilezza. Ti posso dire che ho visto una foglia arancio su un prato verde e ti racconto un pomeriggio. Per narrarti del mio stato d’animo potrei mostrarti quella statua senza un braccio o quella siepe con tutte le foglie secche infilate dentro al verde rigoglioso ma forse sarebbe una metafora leziosa. Solo non riesco, ora, a trovarne altre perché ci devo pensare bene. Ho tempo per farlo.

Aveva dichiarato la scadenza il committente. Scriveva lettere gentili, il committente. Per ricordare la consegna. E io pensavo c’è tempo c’è tempo ma non è mai stato così.  Pensavo ho tempo ma invece urlavo come il Bianconiglio è tardi, è tardi.
Non avevo abbastanza paura. Non avevo abbastanza timore. Non avevo abbastanza coraggio per dire no, non lo faccio chemmefrega e nemmeno spocchia a sufficienza per poterlo irridere superba, quel post sotto l’abero. Maledetto, maledetto. Poi è arrivato il giorno che è finito il tempo. Non avevo scritto una parola che fosse una. Allora l’ansia mi ha coperta come un manto di nebbia oscura e ho provato a cucire scuse per la mia cialtroneria ma nessuna di loro era buona. Si sfilavano. Si ribellavano alla trama.

Adesso sono quasi quieta ma non faccio altro che pensare: è tempo, è tempo, è tempo. E mi sento costretta.

Questa camicia mi sta stretta. Mi sta stretta. Mi sta stretta. Mi. Sta. Stretta.

grazie al Sir
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Il nero

Di Daniela Losini | giovedì 14 maggio 2009 alle 11:34

Il nero aveva una bocca grande.

Talmente grande che misurarla non potevi perché non esistevano unità di misura sufficienti per delinearne i confini.

Un giorno però uno scienziato si mise in testa di trovare una forma di misurazione possibile. Passò quindici anni sui libri e altri due scrivendo su una lavagna equazioni lunghissime che mano mano diventavano sempre più corte, sino a ricavarne una formula che indicava la nuova unità di misura che serviva a definire la grandezza della bocca del nero.

Impiegò altri tre anni a delimitare tutto il perimetro, nel frattempo la moglie lo lasciò, i figli invecchiarono arrabbiati e i nipoti sapevano solo di avere un nonno che lavorava al buio.

Quando ebbe finito, lo scienziato si mise a fare qualche altro calcolo e determinò che con una certa forza, si sarebbe potuto creare un tunnel.  Applicò i calcoli e le leggi fisiche operarono il resto.

Quando ebbe aperto il tunnel si rese conto che l’unica cosa consequenziale e saggia in quanto studioso, era varcare il tunnel.  Camminò, in misura temporale concordata, per circa tre giorni.

Quando arrivò alla fine, citofonò al campanello di casa sua ma nessuno rispose.

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