Una vita senza affanni (storia sociopatica)

Di Daniela Losini | lunedì 18 gennaio 2010 alle 11:25

Sono uscito di casa questa mattina  dopo aver compiuto i gesti che eseguo ogni giorno della mia vita. La sera prima di addormentarmi  scorro mentalmente gli abiti che custodisco divisi per colore dentro all’armadio e compongo l’abbigliamento che indosserò il giorno dopo.

Quando mi sveglio, traggo due respiri profondi e mi alzo, infilo le pantofole che sono poste  davanti alla parte sinistra del letto (la parte dalla quale scendo) poi mi dirigo verso l’armoire come in trance e prendo gli abiti ai quali ho pensato la sera prima.

Li poggio su una poltrona che ho nella camera e mi occupo della mia igiene personale. Mi vesto. Mi preparo e bevo un caffè. Esco come sempre per andare a prendere la metropolitana. A fare un viaggio da carro bestiame. Ho provato ad alzarmi ad orari diversi ma il minor numero di persone che sono riuscito a contare è stato quindici per vagone. Sono sempre comunque troppi individui.

Ho calcolato che non sarà quasi mai possibile fare un viaggio da solo. Potrei usare la macchina dite voi, ma per usare la macchina bisogna saper guidare e per saper guidare è necessario superare un esame. Fare un esame significa parlare con qualcuno. Non è una cosa che mi piace. Sopperisco l’inutile ginnastica labiale con quella mentale. Il mio mondo interiore è assai ricco, sfaccettato e vi posso assicurare che non mi annoio mai.

Ma questa mattina, brumosa, grigia e che annuncia un inverno straordinariamente cinereo anche perché siamo a Milano (gli inverni in Norvegia ad esempio sono molto diversi, sono bianchi e quelli in Africa sono beige) mi sono sentito strano.

Di solito mi sveglio con la giusta dose di rabbia verso il mondo che mi fa borbottare gli ingranaggi e mi fa muovere. La rabbia è il mio motore.

Oggi, invece,  mi sono svegliato con un dito nello stomaco. Come se qualcuno da fuori mi avesse messo qualcosa sull’addome e avesse picchiato con un martello invisibile per poter inserire questo corpo estraneo nel mio petto.

Non gli ho dato peso fino a poco fa ma ora, che sono in piedi nel vagone della metro grazie a un perfetto incastro con gli altri esseri intorno a me, non riesco a ignorarlo. Il dito schiaccia e io, sono sudato.

Sudare, io non sudo mai. Sudare mi fa perdere la concentrazione. Dovete sapere che nella mia vita mi occupo di tutto quello che succede agli altri ma non mi occupo per nulla di me stesso. Non che non abbia amor proprio. È proprio perché amo solo e profondamente me stesso che conoscere gli altri mi permette di valutare in un secondo le variabili e le prevedibili del comportamento dei miei simili e di evitare qualunque tipo di contatto, oltre quello occasionalmente visivo e fisico. Io so cosa voglio ma soprattutto cosa non voglio dagli altri e mi guardo bene dal far capitare incidenti a me sgraditi. Per questo devo, in uno sbatter di ciglia, fotografare chi mi sta intorno e comunicare immediatamente con il linguaggio del corpo il mio disprezzo immediato.

Di solito è come se questi primati per istinto capissero che non è il caso di chiedermi niente, come se sapessero che io altro non desidero che di essere rimosso. Ma oggi sto sudando e questo spiacevole, maledetto contrattempo mi sta obbligando a concentrarmi ulteriormente per evitare che la cosa diventi impossibile da gestire e qualcuno, per disgrazia sua si azzardi a domandarmi qualcosa che in ogni modo ignorerò.

C’è una donna orribile che mi sta guardando ostinata, nonostante i miei chiari messaggi scoraggianti, con un’espressione che definirei apprensiva. Dio, come minimo ha filiato un paio di mostriciattoli. Ha i capelli appiccicati sulla testa in grumi che sembrano sanguisughe nere e umidicce.

Forse spera di trovare conforto alla sua macerazione confrontandola con la mia. Non mi molla un secondo sperando in una crepa nel mio velo d’invisibile isolamento ma riesco a diventare strabico e quindi a renderle impossibile l’incrocio col mio sguardo.

Continuo pervicacemente a restare attaccato a me stesso e a rimanere ritto sui miei piedi. Non cedo.

E faccio bene perché piano piano il sudore incontrollato rientra e il mio corpo si riassesta.

Non senza conseguenze: sono un uomo distrutto e sono uscito da casa da soli venti minuti. Sono stanco come se avessi corso per centinaia di metri inseguito da un’orda impazzita di giornalisti che vuole avere notizie sulla mia vita.

Con gli occhi colgo il nome della mia fermata. Nemmeno me ne sono accorto. Anche questa mattina ce l’ho fatta.

Mentre scendo, noto con la coda dell’occhio la femmina coi capelli a ricci di mare che cerca ancora sostegno con lo sguardo per il viaggio allucinante.

Siccome è maldestra inciampa mentre si avvia per scendere.  Ha puntato me. Pareva essersi data pace ma ligia fino in fondo alla sua natura deve finire con me questo tragitto.

Inciampando, mi sfiora. La ignoro. Ma si vuole scusare a tutti i costi. Vuole parlare. Vorrei bestemmiare, io.

Dice: “Mi scusi” con una voce imbarazzata e stridula.

La contemplo disgustato. I suoi occhi sono quelli che potrebbe avere un animale in procinto di essere sgozzato, i suoi occhi m’implorano. È una donna orripilante, brutta, triste e grossa. E’ sgraziata e si porta dietro un odore di muffa stantia che ucciderebbe qualunque microbo. Un odore che assassinerebbe chiunque. È una donna goffa, forse inutile con due figli stupidi e un marito sicuramente imbecille che pensa cose peggiori di me quando la vede. È una donna straordinariamente invadente ma le rispondo:

“Su. Non si preoccupi. È stato un viaggio difficile.”

E m’involo, cambiando strada.

Toccalo tu, il pungitopo (PslA 2009)

Di Daniela Losini | mercoledì 16 dicembre 2009 alle 11:18

Sì, pensavo, sì.
Lo faccio, lo scrivo. Prima lo penso poi lo scrivo.
C’è tempo. C’è tempo.
Il tempo vola. Ma il tempo se vuoi lo accorci o lo allunghi. Penso le cose da scrivere prima e poi lo scrivo, quel post. Scrivo un racconto. Vorrei prima pensarlo e poi scrivendolo, riuscire a far sì che la giusta sfumatura emotiva emerga dalle righe. Mentre lo si legge quel post sotto l’albero, vorrei raccontasse dei colori delle bacche del pungitopo, della loro perfezione e delle spine sulle foglie. Voglio che pensi: bello il pungitopo ma toccalo dalla parte sbagliata il pungitopo, e poi mi dici.

Prima di scrivere devo rimuginare un racconto che si racconti così: urticante ma con gentilezza. Ti posso dire che ho visto una foglia arancio su un prato verde e ti racconto un pomeriggio. Per narrarti del mio stato d’animo potrei mostrarti quella statua senza un braccio o quella siepe con tutte le foglie secche infilate dentro al verde rigoglioso ma forse sarebbe una metafora leziosa. Solo non riesco, ora, a trovarne altre perché ci devo pensare bene. Ho tempo per farlo.

Aveva dichiarato la scadenza il committente. Scriveva lettere gentili, il committente. Per ricordare la consegna. E io pensavo c’è tempo c’è tempo ma non è mai stato così.  Pensavo ho tempo ma invece urlavo come il Bianconiglio è tardi, è tardi.
Non avevo abbastanza paura. Non avevo abbastanza timore. Non avevo abbastanza coraggio per dire no, non lo faccio chemmefrega e nemmeno spocchia a sufficienza per poterlo irridere superba, quel post sotto l’abero. Maledetto, maledetto. Poi è arrivato il giorno che è finito il tempo. Non avevo scritto una parola che fosse una. Allora l’ansia mi ha coperta come un manto di nebbia oscura e ho provato a cucire scuse per la mia cialtroneria ma nessuna di loro era buona. Si sfilavano. Si ribellavano alla trama.

Adesso sono quasi quieta ma non faccio altro che pensare: è tempo, è tempo, è tempo. E mi sento costretta.

Questa camicia mi sta stretta. Mi sta stretta. Mi sta stretta. Mi. Sta. Stretta.

grazie al Sir
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Il nero

Di Daniela Losini | giovedì 14 maggio 2009 alle 11:34

Il nero aveva una bocca grande.

Talmente grande che misurarla non potevi perché non esistevano unità di misura sufficienti per delinearne i confini.

Un giorno però uno scienziato si mise in testa di trovare una forma di misurazione possibile. Passò quindici anni sui libri e altri due scrivendo su una lavagna equazioni lunghissime che mano mano diventavano sempre più corte, sino a ricavarne una formula che indicava la nuova unità di misura che serviva a definire la grandezza della bocca del nero.

Impiegò altri tre anni a delimitare tutto il perimetro, nel frattempo la moglie lo lasciò, i figli invecchiarono arrabbiati e i nipoti sapevano solo di avere un nonno che lavorava al buio.

Quando ebbe finito, lo scienziato si mise a fare qualche altro calcolo e determinò che con una certa forza, si sarebbe potuto creare un tunnel.  Applicò i calcoli e le leggi fisiche operarono il resto.

Quando ebbe aperto il tunnel si rese conto che l’unica cosa consequenziale e saggia in quanto studioso, era varcare il tunnel.  Camminò, in misura temporale concordata, per circa tre giorni.

Quando arrivò alla fine, citofonò al campanello di casa sua ma nessuno rispose.

Voce del verbo dimenticare

Di Daniela Losini | martedì 14 aprile 2009 alle 15:16

C’è uno che conosco che non fa altro che dimenticare. Dice che scorda tutto e che, alla fine, gli sta bene la continua dimenticanza.

Solo che una volta gli è stato chiesto di ricordarsi chi era, lui non ci è riuscito ed è ancora lì che cerca una risposta alla domanda.

Biglietto di ingresso

Di Daniela Losini | martedì 7 aprile 2009 alle 11:37

Paga il biglietto d’ingresso. Prende in mano il pezzetto di carta e prima che la maschera strappi il tagliando, lo stropiccia quasi staccandolo.   Ha letto e riletto il fumetto molte volte: sa della disperazione, della solitudine, sa molte cose. Ha compreso l’antimateria. L’ha veduta nella polvere della sua miseria. Era controluce i giorni di primavera, l’ha intuita nelle righe del sole d’estate quando scolora il giorno nella sera ed è lì che si è sentito solo. Ma non c’è stata paura. Solo un pensiero.

Si siede e le immagini corrono: dio quanta bellezza, anche voi, allora avete lacrime. E’ emozionato. Così tanto che non lo sopporta.  Accarezza la canna nascosta nello zainetto. E si calma. Non si può reggere così tanta bellezza senza lacerarsi il petto. Non ci deve pensare alla commiserazione, non è per quello che lo farà. Altrimenti basterebbe alzarsi, urlare qualcosa a caso e farlo davanti agli occhi di tutti.  Vuole invece che il silenzio lo accolga.

Riprende il controllo e mentre Gufo Notturno piange l’amico con gli occhi impazziti dal dolore, preme il grilletto e tutto si spegne. Soffoca un sospiro. Solo un leggero tonfo.  Il corpo è abbandonato. Nessuno se ne accorge.

(racconto ispirato da questo fatto di cronaca)