Scambiar silenzi per mitezze
Eh niente, ho già detto tutto nel titolo.
La carogna della malinconia
Prese le foto nella scatola. La scatola poteva rimanere abbandonata e dimenticata anche per mesi interi. Mesi nei quali la vita scorreva veloce e piena delle cose da fare, da ricordare. La lista della spesa da scrivere. Le cose da comprare. Sempre poche. Sempre essenziali.
Ti incammini verso la saggezza che ogni tanto sì, ti assiste, mentre corri verso la fine della tua vita - 77 anni portati bene certo, che signora, che cipiglio ma sono sempre 77 anni, bellezza. Credi che mi stia avviando a fare una gitarella di piacere? Mi sto preparando ai vermi, sciocca. È per quello che rallento il passo. Lì dovrò arrivare, perché correre? Camminare a piccoli passi svelti va bene. Ma diamine correre, no.
Lina aveva la scatola nelle mani e una musica nelle orecchie. Lui era morto da cinque anni. Un grande e litigioso e profondo amore. Avevano litigato anche all’ospedale poco prima che spirasse. Poi lui era morto di notte con lei vicino nel letto ed era stato strano.
Lo aveva pianto disperatamente ma con compostezza, non era mai stata molto propensa alla condivisione dei drammi personali e aveva deciso di mettersi a viaggiare. Lontano, lontano. Via. Per gli amici c’erano le cartoline, le lettere, perfino internet. Bello l’internet quante cose, un mondo dentro.
Si era messa a viaggiare e aveva ritrovato pezzi di mondo che aveva visto con lui, ma tornarci da sola aveva avuto un gusto del tutto inaspettato. Lui non c’era più ma ogni cosa che viveva era come se la condividesse con la sua presenza. C’erano stati anche dei corteggiatori. Aveva conosciuto persone che l’avevano fatto ridere ancora, aveva diviso pranzi e cene e si era sentita addirittura felice qualche volta. Chi lo avrebbe detto.
Non è sicura che sia una grande idea mettersi a vedere le foto di una vita mentre la carogna della malinconia è appollaiata perfida sulla schiena e le sta attaccata alle vertebre come un parassita alieno.
Non sa nemmeno se sia un bene prendere il proprio cuore e aprirlo. Farlo sanguinare senza ritegno sul tavolo della cucina, lasciando che sia bersaglio dei ricordi che ti travolgono come un vento pieno di lame di ghiaccio.
Ma lo fa: lo toglie dal petto e lo mette accanto alle foto. Mentre le riguarda, sente freddo per qualche minuto. Poi sospira e le riguarda. Tutte.
Lo scarto
Stavo pensando che lo scarto tra quello che si vuol/vorrebbe fare e invece, concretamente si fa, delle volte è talmente enorme che ci potresti tranquillamente mettere un continente e un fuso orario di mezzo.
Il magazzino delle cose da dire
Una mia amica diceva: “Quando hai il mal di gola è perché delle parole ti sono rimaste impigliate”.
Mi piace riflettere sulle relazioni tra corpo e mente, ci scopri parecchie cose: ci leggi quello che vuoi, fai i collegamenti che credi più opportuni ma come ogni frase ben formulata, finisce sempre che - se proprio non sei completamente decerebrato - ci rifletti.
Mi sa di sì che mi son rimaste delle parole nella gola e allora è per quello che mi si è infiammata. Fa anche più spiegazione romantica rispetto alla semplice conseguenza dello sciogliersi per il caldo e poi prendere in piena schiena quell’aria maledetta che arriva con la metrò o il liquefarsi di sudore e poi ghiacciarsi con l’aria condizionata perché in certi posti non esiste il corridoio di decompressione tra una temperatura e l’altra, ma dicevo sì, devono essersi impigliate delle parole nella gola e adesso provo a dirle:
- vaffanculo.
L’anno che andai in colonia
Avevo sentito parlare spesso delle colonie, questi posti dove si andava in vacanza con altri ragazzini e non c’erano i tuoi genitori.
Avevo dieci anni più o meno e io non lo so cosa mi saltò in mente, ma volli con tutta me stessa andare in colonia. Mia madre era contraria “Non mi piacciono quei posti lì”. Intendendo, credo, qualunque posto al mondo.
Sono sempre stata testarda e terribilmente cocciuta: ci volevo andare, finì che ci andai. La località era Rimini. Mi ricordo delle cose precisissime: ad esempio i numeri su tutti i vestiti per poterli riconoscere. Il mio era il 313 e poi l’elenco degli abiti da portare. Il cappello per il sole, il costume che doveva essere rosso per tutte.
Avevo subito detto che rosso, no non lo volevo. Di rosso avevo già i capelli. Ma che storia era che mi dovevo mettere pure il costume rosso? Ne scegliemmo uno blu e uno azzurro. Uno mi stava giusto e l’altro grande, ne persi uno una volta in colonia. Indovinate quale.
Partimmo in pullman e c’erano tutte e due i miei genitori e mia sorella che mi salutavano mentre avevo appiccicato il naso al vetro: fu allora che mi venne da piangere e capìì che quell’idea di separarmi da loro per un mese intero, non era poi così una grande pensata.
Sul pullman successero due cose: mi appiopparono una ragazzina down da custodire e una ragazzetta della quale non ricordo il nome, voleva a tutti i costi il mio cappello. Me lo prese senza il mio permesso e io le tirai una sberla. E fu così che conobbi le istitutrici e le vigilatrici: con una bella punizione. Niente merenda durante la sosta. Ero furiosa. C’era il pane con la nutella.
Arrivammo a Rimini e non ci fecero lavare le mani prima di andare alla mensa dove venne servito del formaggino mio. Io non lo mangiai perché avevo le mani nere e non esisteva proprio che lo mettessi nella minestra così. Quell’odore di pastina, mi ha perseguitato per anni.
Poi cominciarono a passare i giorni e si facevano sempre le stesse cose: si giocava, si faceva il bagno, si pranzava, si faceva il pisolino e poi a mare e dopo la doccia e poi la cena.
Ricordo perfettamente delle cose: che avevo in tasca cinquemila lire e che dovevo amministrarle bene e che una delle vigilatrici adorava i miei capelli (me lo diceva sempre) e mi curava con materna attenzione al contrario di certe altre che mi sembravano delle gran befane uscite da enormi armadi abitati da tarme del paleolitico.
Mi ossessionava l’altoparlante: il bambino x è desiderato in direzione. Voleva dire solo una cosa: la telefonata dei genitori. I miei mi scrivevano cartoline, le cartoline postali. Ma io ero invidiosissima perché gli altri venivano chiamati e io no.
Poi successe che feci una brutta febbre e finìì in infermieria: e allora accadde un’altra cosa. Furono quelli della colonia a chiamare i miei genitori. Quando passò la febbre e tornai nella mia stanza, le compagne mi chiesero tutte come stavo e io dissi subito: “Sapete quelli della colonia hanno chiamato i miei genitori. Ci ho parlato e non ho pianto”. E fu lì che ottenni seduta stante il rispetto di tutte, comprese quelle che non mi avevano mai rivolto la parola.
Avevo ancora in tasca i soldi perché non li avevo spesi e l’ultima sera c’era aria di festa perché ci avrebbero portate a vedere i fuochi d’artificio.
Mi comprai un gelato e contai il resto e ci mettemmo a vedere ’sti benedetti fuochi ma c’era la fregatura. Erano miccette mosce. C’era ancora la luce: voi avete mai visto i fuochi d’artificio sparati di giorno? Sono solo fumo.
Quando tornai a casa giurai a me stessa che in colonia, mai più.
Un domani
A rovistare tra le varie categorie umane saltan fuori quelli che rispondono sempre (ma sempre eh, sempre ogni cosa tu domandi) un domani, un domani.
Quelli che dicono così, a me, fanno venire il sangue al cervello perché dentro a quel domani c’è talmente tanta indeterminatezza piombata che faccio in tempo a morire come una stronza.
La legge del farsi i fatti propri - reloaded
Qualche tempo fa scrivevo:
La legge del farsi i fatti propri è una legge universalmente riconosciuta, nobile e meschina allo stesso tempo. Nobile si capisce, meschina invece lo si intende nell’unico senso positivo possibile: meglio essere discreti che ficcanaso.
C’è un problema però.
A furia di essere discreti e farsi i fatti propri, la gente, ti dimentica.
Corollario: oh, avevo ragione.
