Giuro che mi impegno ma poi finisce sempre così
che qui dentro imprigiono tonnellate di malinconia.
Non bariamo amici, la malinconia, a meno che siate irrimediabilmente scemi, ce l’avete tutti. La traslate sull’ironia, sulle manie, sulle fissazioni, sulle rotture di scatole. Ma ce l’avete.
Io ce l’avevo anche a tredici anni, quando sono diventata vecchia sarà per quello che la vecchiaia, quella parte della vita dove si scende, così tanta paura non me la fa: mi rimane tanta malinconia, quello sì.
Uno dice il giorno dei morti, la paura della morte, la fotterìa dei pensieri negativi: eppure c’è qualcosa di così potente e celebrativo in ricorrenze del genere che delle volte ho pensato che l’unica scappatoia è la leggerezza. Ma prima della leggerezza si devono mangiare i rovi del dolore e una volta che li hai digeriti puoi stare bene.
Non sono ancora così certa di essermeli mangiati tutti dacché mamma non c’è più, dacché anche Pascale non c’è più. So solo che ci penso con tanto affetto, mi viene il magone, mi mancano ma non c’è il tormento che è la cosa che ti tiene attaccata al passato e il passato, delle volte, diventa cemento armato. E il cemento armato, no.
Allora oggi mi è venuta la pruderia della scrittura e ho scritto queste righe e pensato alla canzone di Bruno Martino del 1960 che si chiama E la chiamano estate, perché te, te ne sei andata d’estate e io non so ma le cose più importanti della mia vita, tutte d’estate. Allora mi sono detta quanta malinconia in una canzone ma è una canzone e, prima o poi, finisce.
The great gig in the sky
Tu dici l’estate.
Io non lo so l’estate. Le persone sono più lente per fortuna. Anche se le cose succedono troppo velocemente per poter essere capite. Oggi mi va di scrivere, lo faccio. Metto un punto e poi posso ricominciare.
Ci dicono che sei malato il 26 di giugno, che settembre va bene per fare l’operazione. Abbiamo scoperto le cose in tempo. Che sollievo. Hai settant’anni, sei uno un po’ fifone ma con un tale gusto personale per la battuta e la vita e il teatro che pure nella paura dell’attesa diventa tutto ironico e sopportabile. Morirai il 14 di agosto una sera dove le zanzare si attaccano ai muri e alle persone perché la fame non si ferma mai e con tuo figlio che ti tiene la mano e noi tutti che dalle nostra case usciremo come da un letargo ovattato per venire da te.
Poi succedono le cose che succedono: le pratiche, le decisioni. Lo smarrimento. I pensieri per il futuro.
Poi con tuo figlio, il compagno della mia vita, saliamo sul taxi per tornare a casa. Il tassista ha un cd dei Pink Floyd e parte The great gig in the sky che avrò sentito milioni di volte e milioni di volte ho sempre pensato che canzone della madonna, senza tempo, quanto dice. Di cosa parla.
« There’s no lyrics. It’s about dying. »
It’s all about dying. And restarting again.
Tredici anni, dieci giorni
C’è questa gattina del cortile. Fino a due anni fa viveva nell’officina proprio in fondo alla nostra corte. Una corte come quelle di una volta fatte quadrate dove attorno si sviluppano le abitazioni. La gattina non era né troppo selvatica né troppo domestica, aveva il suo ambito, le sue cose. Poi l’officina ha chiuso ed è rimasta a vivere lì vicino, in una specie di capanna con delle assi.
Ci siamo occupati un po’ tutti di lei nel corso del tempo. Avevamo anche pensato di portarla in casa ma non si è mai fatta prendere. Ci sono gatti così: quelli che si fanno prendere è perché l’hanno deciso, cosa vi credete. Come Petunia che dormiva fuori dalla nostra porta e poi un giorno è entrata in casa e non è uscita più e come Carlotta che l’abbiam vista dal veterinario così piccolina di due mesi nemmeno e lui ha visto la nostra faccia e ci ha detto “Viene dalla Sicilia, nessuno riesce ad avvicinarla” poi quella si è fatta fare due grattini. Infingarda così ci ha convinti.
Negli ultimi tre mesi la gatta pezzatina del cortile era appannaggio nostro. Le davamo da mangiare tutti i giorni e tanto si era abituata alla nostra presenza che quando tornavamo a casa ci miagolava in saluto, nel cortile ci sono 4/5 macchine e lei dormiva sempre sotto la nostra. Poi siamo andati in vacanza (tutto bene grazie, ci voleva) e abbiamo dato ai nostri vicini un po’ del cibo accumulato e hanno continuato ad accudirla loro. Poi sentiamo qualcuno dei nostri che ci dice “Grandine, pioggia freddo” e un pensiero ma veloce alla micetta. Oh è una vita che affronta caldazze, gelo e altro. Saprà come fare.
Poi siamo tornati e ci sembrava strana. Tossiva. Poi il giorno dopo della tosse era accoccolata sotto alla macchina come al solito ma non si muoveva. Strano. Siamo saliti. Poi riscesi. Era ancora lì. Respira? Sì ma male secondo me. Cosa facciamo? La portiamo al pronto soccorso, chissà se si fa prendere è così selvatica. E invece la tiriamo su come un salame, non fa una piega. Che brutto. Sono le dieci di sera di sabato scorso e lo passiamo al ps veterinario. Dicono che ha la broncopolmonite. Chissà quanti anni ha? La veterinaria dice secondo me 8/10. Dai ce la può fare. Le fanno la flebo e la danno l’antibiotico.
Telefoniamo tutti i giorni per sapere come procede, tutti i giorni andiamo da lei. Siamo diventati responsabili di tutto quello che le sarebbe successo nel momento esatto nel quale abbiamo deciso di prendercene cura e di non lasciarla sotto alla macchina quasi svenuta. La prima crisi respiratoria la supera, dai che tempra. Fa le fusa, si fa accarezzare. Tiene botta. Chiamiamo anche l’ex proprietario dell’officina e gli diciamo tutto. Viene anche lui dove è ricoverata e ci dice ha l’età di mio figlio sapete? Tredici anni.
No perché bisogna decidere cosa fare una volta che esce dalla degenza. E se non se la prende lui ecco, avete capito. Ma se l’è presa la seconda crisi respiratoria. Non l’ha superata. Eravamo lì. Non sei morta da sola, c’era dell’affetto accanto a te. Il dolore che si prova per la morte di un animale (per la morte in genere) è una cosa così cristallina e tagliente come una pugnalata che non si può far altro che provarlo fino in fondo e poi, lasciarlo andare.
Sei stata tredici anni nel cortile alla giusta distanza dagli umani quella che avevi deciso tu piccola gatta sgamata e sorprendentemente affettuosa. Poi sei stata con noi dieci giorni. Ci mancherai.
Cose da dire
Insomma il blog.
Mi è venuta voglia di scrivere qualcosa e allora lo faccio. Di solito quando succedono troppe cose vanno messe tutte in fila.
Io le metto in fila:
- sto patendo di nuovo per i denti, i denti sono attaccati al cervello, purtroppo i miei recettori nervosi funzionano e il dolore lo ferma solo un antidolorifico potente, la mia situazione è pesante, forse non serve nemmeno più un dentista ma una visita maxillo/facciale. Se non fosse che è una roba che mi terrorizza, maxillo/facciale sembra il nome di una serie tv degna erede di Nip/Tuck ma in versione italica;
- il nipote cresce bene, si fa voler bene. Che gioia;
- abbiamo qualcuno in famiglia che non sta bene e sta facendo un sacco di visite: sono dispiaciuta, ci posso fare poco ma quel poco ci provo;
- ho bisogno di vacanza, chissà se riesco ad andarci *davvero*;
- mi son messa a dieta, stavolta funziona;
- stanotte mi sono svegliata di soprassalto alle 3 di notte: non mi succedeva da tempo. E allora mi sono messa a ragionare sul riposo e poi sono riuscita a dormire di nuovo ma ho sognato tante e tali cose assurde ché nemmeno uno sotto effetto LSD (come se sapessi quali sono gli effetti dell’LSD);
- delle volte faccio fatica a parlare con la gente, dovremmo tutti conoscere il linguaggio dei segni. Però gli amici lo capiscono. È una cosa bella;
- tra poco è il mio compleanno: per regalo ho superato la mia proverbiale ipocondria e ho fatto tutti gli esami del sangue etc etc;
- vorrei poter dire che la malinconia viene e va ma il più delle volte resta e non ci si può fare molto;
- ti penso, sono 9 anni che non ci sei più. Sono pochi? Sono tanti? Non lo so. A volte sembra ieri. A volte cento anni fa. Quando ci si riesce, non bisogna aver paura;
- Ho visto Prometheus due volte: la prima volevo menare Scott, la seconda c’erano ancora tanti difetti ma è andata meglio. Forse è uno di quei film che vanno maturati. Se così fosse ha fatto un nuovo botto, la vecchia volpe;
- Sipario.
In effetti non scrivo
da un po’. Appena ho tempo sistemo anche i feed e aggiorno gli articoli sparsi in giro per il web.
Mi sono rimasti i pensieri della sera
E li vorrei tenere per me.
Il giorno che Antonio si vide riflesso
Antonio non è un tipo facile al lamento. Gli chiedi una cosa e la fa e se non può ti dice di no e morta lì.
Gli avevano insegnato che nella vita si lavora duro e allora lui ha sempre fatto quello che doveva essere fatto. Poi un giorno la fabbrica dove aveva vissuto per quasi venti anni era diventata di qualcun altro. Poi di nessuno.
C’erano stati i due anni di cassa integrazione che poi erano i soldi che già gli avevano tolto dalla busta paga per quasi venti anni. Lo faceva un po’ sorridere questa cosa qui che in fondo, era come se si stesse pagando da solo, che quei soldi lì che eran suoi avevano fatto un giro stranissimo per poi ritornare all’origine.
Si era arrangiato e non aveva nemmeno smesso di fumare per risparmiare sulle sigarette solo aveva imparato a comprarsi il tabacco e a farsele lui.
Si era dato da fare per rendersi indispensabile come tuttofare: un colpo a quell’impianto elettrico, venti euro, Antonio mi sistemeresti la tapparella? Quindici euro e una fetta di torta salata.
Poi un giorno Antonio si è visto riflesso nella vetrina di un negozio: c’era un accrocchio trapano e attrezzi che poteva essere utile da comprare per fare un piccolo investimento ma insomma c’era da ragionarci, bisognava anche vedere se la domanda di pensione veniva accettata.
Antonio si è visto riflesso e gli è venuto il magone: ostia, sono vecchio si è detto. E gli è venuto da piangere.
