La lettera che nessuno mi ha mai scritto

Di Daniela Losini | domenica 5 luglio 2009 alle 21:11

è una lettera lunga.

Forse è stato meglio non averla mai ricevuta.  E poi a una lettera così, non avrei saputo rispondere. Forse non l’ho mai ricevuta perché l’unica persona che la può scrivere, sono io.

Ci sono state delle volte che pensare alla tua morte, mamma, è stato un pensiero così vago e assurdo che per i primi mesi io sapevo solo che dovevo allontanarmi il più possibile da quel dolore. Dovevo andare in un luogo dove la tua assenza non fosse così tangibile.

Sono via, pensavo, sono lontana. Poi quando torno, torni anche tu. Come spesso facevi quando eri in viaggio.  Quando mi sono decisa a tornare io, è successo che sono rimasta lì ad aspettare che tornassi tu.  E sono passati almeno tre anni.  Non è venuto nessuno.

Ci dicesti che eri malata a Natale e dopo sei mesi, moristi. Era di luglio, era d’estate.  Come faccio a non avere la malinconia che governa le mie lune? Sei morta quando tutti dovrebbero pensare alle scemenze e al massimo a quale gusto di gelato scegliere per avversare la calura. Eppure anche se ho macinato chilometri su chilometri, dai miei luoghi non mi sono mai mossa.

In compenso ho un sacco di cose da raccontare. Ho speso molto tempo della mia vita ad ascoltare, una parte la voglio vivere da cantastorie.  Se non avrai paura di chiedere, ti racconterò tutto.

Sono passati sei anni e tra qualche giorno è il mio compleanno.  Non ho nessun dolore residuo da compatire, nessun sospeso da saldare, nessun vuoto da colmare.

Non sono mai stata una vittima, nemmeno quando la disperazione mi ha portato sul ciglio di tutti i dirupi e mi ha mostrato quello che avrei trovato oltrepassandolo.  Io so che sono andata in quei luoghi così tetri, perché ci volevo andare. La coscienza e la consapevolezza non mi hanno mai abbandonata. La mia rabbia è sempre stata lucida, rivolta verso obiettivi precisi. L’unica cosa è che non ho mai molto amato parlare dei giorni infiniti, dilatati e lunghissimi passati a guardare la mia vita e i miei gesti come se li stesse vivendo qualcun altro perché non ho mai davvero voluto condividere con nessuno una catastrofe emotiva del genere. Ho sempre saputo che sarebbe stata impossibile da comunicare.

Mi hanno invece sempre molto aiutata la pazienza, le buone parole  anche quelle trite del sai passerà perché ho sempre saputo che  erano vere.  E’ tutto vero.  Il peggio passa, la sensazione di essere schiacciati da miliardi di metri cubi di cemento, un giorno passa e tu ricominci a camminare. Solo cammini in modo diverso.  Sei tu, sono i tuoi piedi ma i passi hanno un’altra misura.

Nella lettera che nessuno mi ha mai scritto c’è sempre stata una parola che avrei voluto leggere,  bentornata che è la parola che mi dico tutti i giorni quando mi sveglio la mattina anche se sono di pessimo umore.

Bentornata.