Il magazzino delle cose da dire
Una mia amica diceva: “Quando hai il mal di gola è perché delle parole ti sono rimaste impigliate”.
Mi piace riflettere sulle relazioni tra corpo e mente, ci scopri parecchie cose: ci leggi quello che vuoi, fai i collegamenti che credi più opportuni ma come ogni frase ben formulata, finisce sempre che - se proprio non sei completamente decerebrato - ci rifletti.
Mi sa di sì che mi son rimaste delle parole nella gola e allora è per quello che mi si è infiammata. Fa anche più spiegazione romantica rispetto alla semplice conseguenza dello sciogliersi per il caldo e poi prendere in piena schiena quell’aria maledetta che arriva con la metrò o il liquefarsi di sudore e poi ghiacciarsi con l’aria condizionata perché in certi posti non esiste il corridoio di decompressione tra una temperatura e l’altra, ma dicevo sì, devono essersi impigliate delle parole nella gola e adesso provo a dirle:
- vaffanculo.
L’anno che andai in colonia
Avevo sentito parlare spesso delle colonie, questi posti dove si andava in vacanza con altri ragazzini e non c’erano i tuoi genitori.
Avevo dieci anni più o meno e io non lo so cosa mi saltò in mente, ma volli con tutta me stessa andare in colonia. Mia madre era contraria “Non mi piacciono quei posti lì”. Intendendo, credo, qualunque posto al mondo.
Sono sempre stata testarda e terribilmente cocciuta: ci volevo andare, finì che ci andai. La località era Rimini. Mi ricordo delle cose precisissime: ad esempio i numeri su tutti i vestiti per poterli riconoscere. Il mio era il 313 e poi l’elenco degli abiti da portare. Il cappello per il sole, il costume che doveva essere rosso per tutte.
Avevo subito detto che rosso, no non lo volevo. Di rosso avevo già i capelli. Ma che storia era che mi dovevo mettere pure il costume rosso? Ne scegliemmo uno blu e uno azzurro. Uno mi stava giusto e l’altro grande, ne persi uno una volta in colonia. Indovinate quale.
Partimmo in pullman e c’erano tutte e due i miei genitori e mia sorella che mi salutavano mentre avevo appiccicato il naso al vetro: fu allora che mi venne da piangere e capìì che quell’idea di separarmi da loro per un mese intero, non era poi così una grande pensata.
Sul pullman successero due cose: mi appiopparono una ragazzina down da custodire e una ragazzetta della quale non ricordo il nome, voleva a tutti i costi il mio cappello. Me lo prese senza il mio permesso e io le tirai una sberla. E fu così che conobbi le istitutrici e le vigilatrici: con una bella punizione. Niente merenda durante la sosta. Ero furiosa. C’era il pane con la nutella.
Arrivammo a Rimini e non ci fecero lavare le mani prima di andare alla mensa dove venne servito del formaggino mio. Io non lo mangiai perché avevo le mani nere e non esisteva proprio che lo mettessi nella minestra così. Quell’odore di pastina, mi ha perseguitato per anni.
Poi cominciarono a passare i giorni e si facevano sempre le stesse cose: si giocava, si faceva il bagno, si pranzava, si faceva il pisolino e poi a mare e dopo la doccia e poi la cena.
Ricordo perfettamente delle cose: che avevo in tasca cinquemila lire e che dovevo amministrarle bene e che una delle vigilatrici adorava i miei capelli (me lo diceva sempre) e mi curava con materna attenzione al contrario di certe altre che mi sembravano delle gran befane uscite da enormi armadi abitati da tarme del paleolitico.
Mi ossessionava l’altoparlante: il bambino x è desiderato in direzione. Voleva dire solo una cosa: la telefonata dei genitori. I miei mi scrivevano cartoline, le cartoline postali. Ma io ero invidiosissima perché gli altri venivano chiamati e io no.
Poi successe che feci una brutta febbre e finìì in infermieria: e allora accadde un’altra cosa. Furono quelli della colonia a chiamare i miei genitori. Quando passò la febbre e tornai nella mia stanza, le compagne mi chiesero tutte come stavo e io dissi subito: “Sapete quelli della colonia hanno chiamato i miei genitori. Ci ho parlato e non ho pianto”. E fu lì che ottenni seduta stante il rispetto di tutte, comprese quelle che non mi avevano mai rivolto la parola.
Avevo ancora in tasca i soldi perché non li avevo spesi e l’ultima sera c’era aria di festa perché ci avrebbero portate a vedere i fuochi d’artificio.
Mi comprai un gelato e contai il resto e ci mettemmo a vedere ’sti benedetti fuochi ma c’era la fregatura. Erano miccette mosce. C’era ancora la luce: voi avete mai visto i fuochi d’artificio sparati di giorno? Sono solo fumo.
Quando tornai a casa giurai a me stessa che in colonia, mai più.
My Own Private Milano - Cosa Vedi?
Le cose nascono così come idee e poi diventano pagine da vedere e sfogliare: Milano in venti fotografie e altrettanti racconti. Grazie a Sir Squonk, Nemo e a Paola. E grazie a Ialla per la foto.
Non dico altro, voi scaricate tutta questa bellezza sottoforma di Ebook qui.
Un domani
A rovistare tra le varie categorie umane saltan fuori quelli che rispondono sempre (ma sempre eh, sempre ogni cosa tu domandi) un domani, un domani.
Quelli che dicono così, a me, fanno venire il sangue al cervello perché dentro a quel domani c’è talmente tanta indeterminatezza piombata che faccio in tempo a morire come una stronza.
La legge del farsi i fatti propri - reloaded
Qualche tempo fa scrivevo:
La legge del farsi i fatti propri è una legge universalmente riconosciuta, nobile e meschina allo stesso tempo. Nobile si capisce, meschina invece lo si intende nell’unico senso positivo possibile: meglio essere discreti che ficcanaso.
C’è un problema però.
A furia di essere discreti e farsi i fatti propri, la gente, ti dimentica.
Corollario: oh, avevo ragione.
Ventisette giorni
Oggi penso a te.
Sette anni, un tempo che mette la giusta distanza tra lo strazio della perdita e il desiderio di camminare leggeri. Mi ricordo tante cose di quel periodo e quelle che la memoria non recupera le ho tutte scritte in un diario. Dico sempre che un giorno racconterò la tua storia, mamma, forse non faccio altro che scrivere cose solo nell’attesa di scrivere di te e di tutti noi. Tutte le cose che devi sapere le sai, anche quelle che rimangono non dette, tu le sai.
Oggi mi è venuta in mente l’ultima litigata furente che abbiamo fatto. Io e te, c’erano dei momenti che ci capivamo talmente bene che bastava un inizio di frase per scatenare l’inferno. T’avevan detto che eri in remissione, che stavi guarendo ed era la fine di giugno. Ventisette giorni dopo, morivi e io lo sapevo che quei risultati erano cazzate. Avevi una malattia dalla quale non si guariva (mesotelioma da contaminazione da amianto per un lavoro di merda che avevi fatto a ventidue anni e come te le tue colleghe sono tutte morte, forse ce n’è viva una sola ma non ho il coraggio di chiamare la sua famiglia). Pensarci, la beffa, avevi la data di scadenza tatuata nelle viscere.
Insomma te dici sto meglio vado in vacanza e ti chiedo dove (penso subito sì sì un po’ di pace che bello ti rilassi, il mare) e te dici vado in Tunisia e io mi arrabbio subito e mi metto subito ad alzare la voce, e dove vai? dove vai? vai in Italia che Tunisia e mio padre, ma dai ci sono io. Criminali dico, se succede qualcosa vi lascio tutti e due là, arrangiatevi. Mia sorella non diceva niente e se avessi potuto avrei incenerito medici, referti, false speranze, ottimismo. Poi tutto si cheta e chiamo un paio di amici medici e gli faccio avere quel risultato della tac, ho esagerato, ho le paure, ho l’egoismo. Se sta davvero bene che vada dove vuole andare.
Mi dicono che una malattia del genere non ha remissiva, solo una fase di stasi e che la tac dice semplicemente quel che deve dire, i grumi del mesotelioma sono talmente piccoli che non si rilevano. Poi telefono a mia mamma e prima che io dica qualcosa mi dice vado a Imperia a casa della zia, bene e taccio sul resto, mi fa male un braccio da due giorni mi dice, non è normale, ti passa dico io. Stai là quattro giorni poi torni perché il braccio peggiora. Sto peggio di prima, dice. E io penso che vorrei del cherosene per dare fuoco a tutto. Becco il dottore che le ha dato gli esami e le ha raccontato la fola ma prima vado dal primario, dice di mettersi in pace, dice le stesse parole di gennaio, ho sempre dato retta a lui, che tu saresti morta l’ho capito seduta nel suo studio a gennaio. Ho avuto sei mesi per convivere con quel pensiero, niente che avrebbe potuto distruggere la mia voglia di condividere cose con te, certo è che ho avuto i passi talmente pesanti che da quel giorno ho smesso i panni della figlia e sono diventata altro.
Dicevo, il dottorino, gli faccio una scenata in corridoio, non gli do nemmeno il tempo di controbattere, lui dice parametri di guarigione, statistiche, percentuali e io gli dico solo le auguro un giorno che diano false speranze anche a lei e che ci creda.
Noi avremo ancora ventisette giorni per stare insieme è estate, si dovrebbe pensare alle minchiate, noi penseremo a milioni di cose, al dolore, al tempo che ci rimane e a comprarti ghiaccioli.
Dove si fanno dei ragionamenti e le conclusioni, boh
Uno dice, non mi frega, è una data come tutti gli altri anni. Non è vero sono due ventenni in una persona sola e se non sono ancora scoppiata credo che sia per via del dna, ho una famiglia tenace che ha combattuto delle guerre, preso a pietrate i cinghiali nei boschi (lo faceva un mio zio, non dite niente) e di donne che sapevano tirare il collo alle galline.
Quindi mi frega: ci avrei voluto arrivare con tutto un altro peso, letteralmente. Nessuno potrà mai dirmi niente di peggio di quello che riesco a pensare io di me stessa, detto ciò mi stimo per la caparbietà con la quale, a volte, riesco a non smuovermi dalla situazione stagnante nella quale puccio i miei pensieri della sera. Non temete qui non ci si piange addosso perché la forza di volontà che ho nel fare le cose (comprese le sbagliate che mi vengono da dio) voi ve la sognate e comunque, se anche mi lamentassi lo farei talmente bene che non vi resterebbe altro che darmi ragione.
No, poi niente avevo anche delle altre cose da dire tipo che ho perso due volte il certificato di sana e robusta costituzione per andare a iscrivermi in palestra.
Giuro, non è colpa mia.

