La carogna della malinconia

Di Daniela Losini | lunedì 20 settembre 2010 alle 11:10

Prese le foto nella scatola. La scatola poteva rimanere abbandonata e dimenticata anche per mesi interi. Mesi nei quali la vita scorreva veloce e piena delle cose da fare, da ricordare. La lista della spesa da scrivere. Le cose da comprare. Sempre poche. Sempre essenziali.

Ti incammini verso la saggezza che ogni tanto sì, ti assiste, mentre corri verso la fine della tua vita – 77 anni portati bene certo, che signora, che cipiglio ma sono sempre 77 anni, bellezza. Credi che mi  stia avviando a fare una gitarella di piacere? Mi sto preparando ai vermi, sciocca. È per quello che rallento il passo. Lì dovrò arrivare, perché correre? Camminare a piccoli passi svelti va bene. Ma diamine correre, no.

Lina aveva la scatola nelle mani e una musica nelle orecchie. Lui era morto da cinque anni. Un grande e litigioso e  profondo amore. Avevano litigato anche all’ospedale poco prima che spirasse. Poi lui era morto di notte con lei vicino nel letto ed era stato strano.

Lo aveva pianto disperatamente ma con compostezza, non era mai stata molto propensa alla condivisione dei drammi personali e aveva deciso di mettersi a viaggiare. Lontano, lontano. Via. Per gli amici c’erano le cartoline, le lettere, perfino internet. Bello l’internet quante cose, un mondo dentro.

Si era messa a viaggiare e aveva ritrovato pezzi di mondo che aveva visto con lui, ma tornarci da sola aveva avuto un gusto del tutto inaspettato. Lui non c’era più ma ogni cosa che viveva era come se la condividesse con la sua presenza. C’erano stati anche dei corteggiatori.  Aveva conosciuto persone che l’avevano fatto ridere ancora, aveva diviso pranzi e cene e si era sentita addirittura felice qualche volta. Chi lo avrebbe detto.

Non è sicura che sia una grande idea mettersi  a vedere le foto di una vita mentre la carogna della malinconia è appollaiata perfida sulla schiena e le sta attaccata alle vertebre come un parassita alieno.

Non sa nemmeno se sia un bene prendere il proprio cuore e aprirlo. Farlo sanguinare senza ritegno sul tavolo della cucina, lasciando che sia bersaglio dei ricordi che ti travolgono come un vento pieno di lame di ghiaccio.

Ma lo fa: lo toglie dal petto e lo mette accanto alle foto. Mentre le riguarda, sente freddo per qualche minuto. Poi sospira e le riguarda. Tutte.

Mangia, Prega, Ama: come (non) sanno divertirsi questi americani

Di Daniela Losini | domenica 19 settembre 2010 alle 22:07
C’è un momento nel film dove i protagonisti si stanno scambiando idee sulle reciproche caratteristiche. Gli italiani fanno osservazioni sugli americani e gli americani, sugli italiani.

Qualcuno dice “Voi americani conoscete bene l’industria dell’intrattenimento, sapete tutto. Ma non siete capaci di divertirvi. Noi italiani sì. Noi sappiamo divertirci e amiamo il dolce far niente.”

In un colpo solo dal mito de La Dolce Vita al Dolce far niente. La famiglia di appartenenza, però, rimane sempre quella degli stereotipi. Ci sono persino alcune scene che dovrebbero essere divertenti nelle quali si racconta che noi italiani per esprimerci gesticoliamo. E allora si metton tutti lì a gesticolare, coi sottotitoli. Sì, coi sottotitoli per tradurre il gesto. Le matte risate.
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Festival del Cinema di Venezia: dietro le quinte, quel che resta del giorno

Di Daniela Losini | domenica 19 settembre 2010 alle 22:04
Poi ci sono gli altri film: Potiche di Ozon con Catherine Deneuve.

Lei è una stoica signora agée che prende in mano le redini della fabbrica dello scorbutico marito. Sempre perfetta nei suoi tailleur coordinati, porta avanti con tenacia e determinazione la sua missione. Essere se stessa. Buffo, furbo e intelligente film scritto e interpretato divinamente. Vorresti avere un’amica così. Le donne raccontate da Ozon sono un concentrato di garbatissima cattiveria e forza vitale.

Incendies di D. Villeneuve mette in scena la terribile vicenda di una donna costretta da ragioni politiche, siamo in Libano, ad abbandonare il primo figlio. In un gioco di incastri, flashback coronati dal colpo di scena finale, assisti a un film dalla regia salda e mai tenera e anche se funestata da intenti manieristici, l’impatto emotivo è fortissimo.
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Festival del Cinema di Venezia: dietro le quinte, le cose da fare

Di Daniela Losini | domenica 19 settembre 2010 alle 22:02
Ci sono delle scelte che devi operare: gli stimoli, le suggestioni le cose da fare. Devi decidere le priorità.

Vuoi parlare del glamour? Allora sosti negli spazi appositi per osservare come in un acquario gli attori in scena e non necessariamente coloro che recitano ma tutto il carrozzone: truccatrici, publicist (mediamente isterici o passivo aggressivi), produttori, manager, agenti, starlette, assistenti, wannabe di ogni genere.

Così noti quel frac bianco chiuso da un bottone mentre strizza la pancia di un uomo che pare uscito da un salotto frequentato da Truman Capote. Lui si avvinghia alla giovane e altissima ragazza mora che lo accompagna. Sul volto di lei non ci sono segni di restauro chirurgico, è avvolta in un Valentino rosso da sogno. Lui la guarda con desiderio e lei gli porge sorrisi di ghiaccio.
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Festival del Cinema di Venezia: dietro le quinte, quando arriva la tempesta

Di Daniela Losini | domenica 19 settembre 2010 alle 21:59
Bisogna dire che le levatacce sono all’ordine del giorno e che basta uno solo giorno qui per perdere – quasi – completamente il senso del tempo.

Vieni catapultata in un segmento temporale dove tutto succede o troppo in fretta o troppo lentamente. Passa il bell’attore ed è già scomparso, ti metti in fila e sembrano giorni.

Si diceva dei film: ieri quattro. Non chiedetemi come ho fatto, so solo che il primo è iniziato alle 8:30 e l’ultimo, alle 21:30. Black Swan di Darren Arofonosky è la splendida parabola distruttiva di una ballerina di danza classica . La protagonista è Natalie Portman e, letteralmente, perde le piume candide per diventare un conturbante e oscuro Cigno Nero.
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Festival del Cinema di Venezia 2010: dietro le quinte dove succedono le cose

Di Daniela Losini | domenica 19 settembre 2010 alle 21:57
Che poi uno dice: sono mille anni che fai la rassegna, la Panoramica Veneziana a Milano, che ti vedi un sacco di film, che ti chiudi dentro una sala cinematografica per una settimana e finisce che diventi parte dell’arredamento.

E che, se non ti segni subito i film che hai visto e le impressioni, tutto diventa un film unico. Un magma indistinguibile nel quale cerchi di fare ordine, sistemando le emozioni e le perplessità.

Poi capita che ci vai davvero, dove succedono le cose e capita che, mentre cammini per cercare di capire dove devi entrare per il film che vorresti vedere, incocci nelle uscite di sicurezza della Sala Grande, mentre nuvole di chiffon si librano, vecchie ballerine e glorie decadenti imparruccate vociano e tutte insieme queste figure danno lo strano effetto di esistenza reale.
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Souvenir d’Italie: daccordo, recita ma stai in cucina

Di Daniela Losini | domenica 19 settembre 2010 alle 21:54
In Italia non abbiamo un’industria certificata ISO 9000 per produrre bellezze da cinema che vogliono saper recitare come negli States ma anche noi, in quanto a stereotipi, ce la caviamo benissimo.

Partiamo da una base semplice: se una donna fa l’ispettrice (vedi le televisive Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi in Distretto di Polizia) deve sempre pagare un prezzo salato per poter gestire il lavoro di investigatrice e la vita familiare. O muore il marito come accade alla Ferrari nella prima puntata o muore il compagno, come accade alla Pandolfi verso la fine.

Nel frattempo i cattivi avranno come minino rapito o torturato un loro congiunto a caso quasi a voler sottolineare l’impossibilità di conciliare i due ambiti.
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