L’anno che andai in colonia
Avevo sentito parlare spesso delle colonie, questi posti dove si andava in vacanza con altri ragazzini e non c’erano i tuoi genitori.
Avevo dieci anni più o meno e io non lo so cosa mi saltò in mente, ma volli con tutta me stessa andare in colonia. Mia madre era contraria “Non mi piacciono quei posti lì”. Intendendo, credo, qualunque posto al mondo.
Sono sempre stata testarda e terribilmente cocciuta: ci volevo andare, finì che ci andai. La località era Rimini. Mi ricordo delle cose precisissime: ad esempio i numeri su tutti i vestiti per poterli riconoscere. Il mio era il 313 e poi l’elenco degli abiti da portare. Il cappello per il sole, il costume che doveva essere rosso per tutte.
Avevo subito detto che rosso, no non lo volevo. Di rosso avevo già i capelli. Ma che storia era che mi dovevo mettere pure il costume rosso? Ne scegliemmo uno blu e uno azzurro. Uno mi stava giusto e l’altro grande, ne persi uno una volta in colonia. Indovinate quale.
Partimmo in pullman e c’erano tutte e due i miei genitori e mia sorella che mi salutavano mentre avevo appiccicato il naso al vetro: fu allora che mi venne da piangere e capìì che quell’idea di separarmi da loro per un mese intero, non era poi così una grande pensata.
Sul pullman successero due cose: mi appiopparono una ragazzina down da custodire e una ragazzetta della quale non ricordo il nome, voleva a tutti i costi il mio cappello. Me lo prese senza il mio permesso e io le tirai una sberla. E fu così che conobbi le istitutrici e le vigilatrici: con una bella punizione. Niente merenda durante la sosta. Ero furiosa. C’era il pane con la nutella.
Arrivammo a Rimini e non ci fecero lavare le mani prima di andare alla mensa dove venne servito del formaggino mio. Io non lo mangiai perché avevo le mani nere e non esisteva proprio che lo mettessi nella minestra così. Quell’odore di pastina, mi ha perseguitato per anni.
Poi cominciarono a passare i giorni e si facevano sempre le stesse cose: si giocava, si faceva il bagno, si pranzava, si faceva il pisolino e poi a mare e dopo la doccia e poi la cena.
Ricordo perfettamente delle cose: che avevo in tasca cinquemila lire e che dovevo amministrarle bene e che una delle vigilatrici adorava i miei capelli (me lo diceva sempre) e mi curava con materna attenzione al contrario di certe altre che mi sembravano delle gran befane uscite da enormi armadi abitati da tarme del paleolitico.
Mi ossessionava l’altoparlante: il bambino x è desiderato in direzione. Voleva dire solo una cosa: la telefonata dei genitori. I miei mi scrivevano cartoline, le cartoline postali. Ma io ero invidiosissima perché gli altri venivano chiamati e io no.
Poi successe che feci una brutta febbre e finìì in infermieria: e allora accadde un’altra cosa. Furono quelli della colonia a chiamare i miei genitori. Quando passò la febbre e tornai nella mia stanza, le compagne mi chiesero tutte come stavo e io dissi subito: “Sapete quelli della colonia hanno chiamato i miei genitori. Ci ho parlato e non ho pianto”. E fu lì che ottenni seduta stante il rispetto di tutte, comprese quelle che non mi avevano mai rivolto la parola.
Avevo ancora in tasca i soldi perché non li avevo spesi e l’ultima sera c’era aria di festa perché ci avrebbero portate a vedere i fuochi d’artificio.
Mi comprai un gelato e contai il resto e ci mettemmo a vedere ’sti benedetti fuochi ma c’era la fregatura. Erano miccette mosce. C’era ancora la luce: voi avete mai visto i fuochi d’artificio sparati di giorno? Sono solo fumo.
Quando tornai a casa giurai a me stessa che in colonia, mai più.

I bambini di qui, visto che al mare vivevano tutto l’anno, andavano in montagna. Mai voluta andare.
Ne parlai una volta a casa di questo posto dove i bambini andavano d’estate, così, senza fare richieste precise e più che altro per curiosità, ma mia madre liquidò la questione in circa due secondi. Ora ho la conferma che non ho perso nulla.
In effetti, i bambini della colonia che vedevo in spiaggia non mi sono mai sembrati particolarmente felici.
eh no che non erano contenti
Le colonie sono lager con un nome più carino. Per fortuna mia mamma ci era andata e non ha mai voluto mandarmici
Fortunatamente ho ricordi diversi e molto più piacevoli delle estati in colonia -Romagna e Umbria perlopiù- nonostante la noia della routine giornaliera e alcuni ragazzini davvero fastidiosi. :)
nda
io ci sono stato un anno. ricordo la sala dei telefoni, dove tutti volevano andare.
e ricordo il silenzio al buio la sera. in quell’enorme edificio dove tutte le camerette dei bambini affacciavano direttamente verso la grande scala, e se stavi seduto sul letto vedevi le camerette dall’altra parte del palazzo, per due o tre piani. e verso l’interno non c’erano porte o finestre: se qualcuno avesse urlato lo avrebbero sentito tutte le centinaia di bambini nei loro lettini.
ah, in particolare è mia sorella che all’epoca aveva 18 anni a insultare mia madre se qualcuno ricorda quando io andavo in colonia. e che aveva progettato di venirmi a far evadere.
qualunque libro triste a noi, ci fa le pippe
Anch’io ci sono stato un anno, in Romagna, avro’ avuto 8 anni… ricordo che non riuscivo mai a giocare a calcio e la cosa mi mandava in bestia: la gestione del campo e la formazione delle squadre era monopolizzata da dei bambini capo’ che probabilmente vantavano una certa anzianita’ di frequenza della colonia.
Forse anche per quello dopo un paio di anni ho cominciato a giocare a rugby! 15 anni da capitano :)