Drtyfhjirhk* (negli occhi del mio gatto)
Sono sempre un po’ spaventata dai pensieri di fine anno.
Forse perché mi sembrano sempre cuciti alla carlona la maggior parte delle volte, forse perché hanno realmente ragione di esistere e ti costringono al confronto.
Quest’anno, mentre facevo questa foto, mi sono resa conto di un cosa. Come poche altre volte nella vita, ho un bilancio da fare. Che coincida con la fine temporale di un anno, credo sia un caso.
Comincio col dire che ho macinato talmente tanti chilometri che neppure io credevo di avere la costanza di farlo. Ho girato l’Italia come non mi era mai capitato prima e ho mancato alcune città solo per un soffio. Ma sono appuntamenti rimandati. In ogni città che ho visitato ho incontrato sempre qualche faccia amica. Questo fanno succedere la scrittura e internet. Mi è piaciuto.
Ho perso il lavoro (non è una cosa che mi è piaciuta per niente, l’azienda è fallita) ma è uscito il libro e il libro mi ha portata dovunque e ancora mi sta dando molto in termini di soddisfazione personale e professionale. Non è che l’inizio di un percorso.
Ho scoperto di avere dei tempi di maturazione molto lunghi sulle parole. Mi succede perché o le perdo o me le porta via la vita e contando le volte che è successo, mi sono accorta che per ritrovarle ci ho impiegato ancora più tempo. Ma questa cosa dei tempi di decompressione mi spaventa sempre meno. Poco altro ridimensiona e allo stesso tempo dilata la percezione del tempo come la scomparsa fisica di qualcuno che hai amato in modo viscerale. Impari a vivere in un tempo che non ha più nulla a che fare con la misurazione consolidata e condivisa delle ore, dei minuti e dei giorni. E diventa una risorsa perché quel tempo gira solo sulle tue faccende concrete, sulle tue azioni, sullo zappare le zone aride, sulla bonifica del dolore.
Non ho ancora le parole per raccontare la tua storia mamma - una storia che riguarda altre persone con le quali hai lavorato assieme e siete morte quasi tutte per aver respirato per due anni della merda; avevate vent’anni e avevate tatuata addosso la data di scadenza e se ci penso, se ci penso bene spaccherei tutto. Non ho ancora la lucidità necessaria per raccontare di tutte voi e di te, in quel modo, di quel mondo.
Ma ho le parole per poterti dire che da quando ti abbiamo perduta non è passato giorno che non ti si pensasse anche con rabbia, nostalgia, dispiacere e biasimo per averci abbandonati così senza bussola e alla fine sempre con profondo, giusto e saldo amore. Ti voglio dire che non sei diventata una figura perfetta o orrenda come spesso accade nella celebrazione della morte. Io la rispetto la morte e so che le cose vanno dette giuste. Sei morta umana con tutte le contraddizioni della tua natura e io ti ricordo umana che non sapevi fare delle cose ma che ti impegnavi a farle.
Perso un lavoro, me ne sono inventati cento. Sono stata quasi ottusa, di sicuro durissima nel non concedermi alla disperazione anche se una malinconia appuntita mi ha infilzato per sempre l’anima, mi ha cambiata e ha messo una distanza siderale tra me e le cose che succedono.
Voglio farti sapere delle cose. E allora scrivo. E adesso che ho iniziato non smetterei più ma le altre cose te le dico in privato e per altre cose ancora, aspetto che arrivino le parole. Tutte le volte che sono andate via ho aspettato e loro sono tornate. Sempre.
*è il titolo che ho messo per provare un programma di scrittura e poi mentre lo provavo ci ho scritto queste parole. L’ho tenuto.
Sherlock Holmes
Stabiliamo subito degli snodi fondamentali: la sceneggiatura è opera di tre signori Michael Robert Johnson, Anthony Peckham e Simon Kinberg. Niente inutili accumuli narrativi ma una buona scrittura con dialoghi sferzanti e mai stucchevoli.
Robert Downey Junior dà – ce ne fosse bisogno – ulteriore prova della sua versatilità. Indossa leggiadro pipa, comportamenti borderline, idiosincrasie e tic del celebre investigatore armato di arguzia e straordinarie capacità deduttive, col surplus di forma atletica e conoscenze anatomiche che lo rendono temibile e spericolato nei corpo a corpo.
Jude Law è il fido Watson pronto a sembrare la parte migliore e raziocinante della coppia ma all’occorrenza maneggia pistole e pugni con voluttà. Difficile resistere all’avventura.
Ehi ma non ho niente da mettermi!
Ci penso io: sfoggia questo bellissimo wallpaper sul tuo computer.
It’s new, it’s free, it’s fashion!
ps Buone Feste, eh
Inglourious Christmas: UMDL #24
Stasera, Radio
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Risposte dai sogni
Ho un’amica studiosa di cose alternative: fiori di bach, rune, cose così. Lei è un po’ fatucchiera ma non è un’evangelizzatrice. Fa le sue pratiche di studio in santa pace e si attiva con taluni consigli o considerazioni, solo se interpellata.
L’altro ieri parlavamo del 2009 e dicevamo “Che anno brutto il 2009″ poi ci siamo ricordate che sono almeno tre anni che diciamo che l’anno che verrà sarà migliore dato che il corrente ha fatto un po’ schifo. Concordavamo entrambe sulla versione e ci siamo dunque interrogate sul 2010.
Mi ha detto “Prima di addormentarti, esprimi un desiderio oppure fai una domanda che ti sta a cuore, forse sognando avrai la risposta.”
Ora non mi ricordo benissimo le cose che ho pensato prima di dormire ma mi ricordo ben bene invece cosa ho sognato.
Ho sognato che Giusva Fioravanti assieme a un serial killer, mi davano la caccia.
Adesso io, ’sto 2010, non è che son proprio contenta che inizi, eh.
Vedere le ombre, saper usare le parole
L’altro giorno sono andata a fare degli esami, nello specifico una tac.
La radiologa mi congeda “Passi sabato a ritirare l’esame” ma prima ci tiene a dire che ha visto un’ombra sospetta.
Rimango interdetta e poi dico “Cosa scusi?” “No è che mi devo studiare il caso” dice lei.
Ombra. Studiare. Caso. Penso miriadi di cose.
“Ma venga sabato” continua. Riesco solo a pensare Voglio essere fuori di qui in cinque secondi, che posto orrendo. Una volta fuori spiego tutto al consorte. Devo correre da un’altra parte (ma io voglio correre davvero da un’altra parte) e sono in ritardo, lui dice che torna indietro subito e si fa spiegare meglio le cose.
Intanto dentro di me c’è la tempesta. Cosa ho pensato? Quello che pensi tu leggendo queste righe con aggiunte personalissime, più sei bestemmie.
Entro nella metro, raggiungo l’altro luogo. Suona il telefono. Domani hai la visita in un polo specializzato, mi dicono. Ringrazio l’intercessione di una cara persona, altrimenti sei mesi di attesa (uno che fa? Al solito, crepa). Sento il consorte che dice cose. Dalla parola ombra sospetta è passata circa un’ora e in quell’ora sono morta ed ero da sola. Anche se ci sono persone che ti amano molto, quando crepi sei da solo. È una cosa intima, va bene così, credo.
L’ombra sospetta, nel frattempo, è diventata una ciste e il consorte mi dice che la radiologa ha detto faccio di tutto per farvi avere la tac domani. Il domani è arrivato e anche la tac e sono corsa al centro specializzato. Ci sono stata un’ora. Mi hanno rivoltato come un calzino. Niente di grave, dovrò fare una piccola operazione e starò meglio.
Penso alle parole e penso alla radiologa. Questa gente ha in mano la vita delle persone e non sa parlare, non sa trattare con le persone.
Radiologa, guardati le spalle. La lunga ombra che vedi è quella della tua coglionaggine. Sono sicura che ti inghiottirà prima o poi e già che ci sono, passa il peggior natale della tua vita, stronza.
Toccalo tu, il pungitopo (PslA 2009)
Sì, pensavo, sì.
Lo faccio, lo scrivo. Prima lo penso poi lo scrivo.
C’è tempo. C’è tempo.
Il tempo vola. Ma il tempo se vuoi lo accorci o lo allunghi. Penso le cose da scrivere prima e poi lo scrivo, quel post. Scrivo un racconto. Vorrei prima pensarlo e poi scrivendolo, riuscire a far sì che la giusta sfumatura emotiva emerga dalle righe. Mentre lo si legge quel post sotto l’albero, vorrei raccontasse dei colori delle bacche del pungitopo, della loro perfezione e delle spine sulle foglie. Voglio che pensi: bello il pungitopo ma toccalo dalla parte sbagliata il pungitopo, e poi mi dici.
Prima di scrivere devo rimuginare un racconto che si racconti così: urticante ma con gentilezza. Ti posso dire che ho visto una foglia arancio su un prato verde e ti racconto un pomeriggio. Per narrarti del mio stato d’animo potrei mostrarti quella statua senza un braccio o quella siepe con tutte le foglie secche infilate dentro al verde rigoglioso ma forse sarebbe una metafora leziosa. Solo non riesco, ora, a trovarne altre perché ci devo pensare bene. Ho tempo per farlo.
Aveva dichiarato la scadenza il committente. Scriveva lettere gentili, il committente. Per ricordare la consegna. E io pensavo c’è tempo c’è tempo ma non è mai stato così. Pensavo ho tempo ma invece urlavo come il Bianconiglio è tardi, è tardi.
Non avevo abbastanza paura. Non avevo abbastanza timore. Non avevo abbastanza coraggio per dire no, non lo faccio chemmefrega e nemmeno spocchia a sufficienza per poterlo irridere superba, quel post sotto l’abero. Maledetto, maledetto. Poi è arrivato il giorno che è finito il tempo. Non avevo scritto una parola che fosse una. Allora l’ansia mi ha coperta come un manto di nebbia oscura e ho provato a cucire scuse per la mia cialtroneria ma nessuna di loro era buona. Si sfilavano. Si ribellavano alla trama.
Adesso sono quasi quieta ma non faccio altro che pensare: è tempo, è tempo, è tempo. E mi sento costretta.
Questa camicia mi sta stretta. Mi sta stretta. Mi sta stretta. Mi. Sta. Stretta.
grazie al Sir

